Una riflessione sull’Architettura Lo Stadio Artemio Franchi di Firenze

Pubblichiamo e facciamo nostra questa riflessione:

“Come architetto italiano, aderisco pienamente all’idea che la tutela identitaria dei nostri edifici storici, anche di epoca moderna, sia presupposto prioritario e prerogativa alla fruizione e al godimento del nostro patrimonio antico, moderno e contemporaneo. Patrimonio meritevole di considerazione, salvaguardia e valorizzazione, sulla base del riconoscimento del suo valore in ogni contesto storico.  Un valore documentario, estetico, sociale, testimonianza di quell’evoluzione culturale e tecnologica che esalta la ricerca e la preziosa capacità tecnica, artigianale e creativa.

L’ Emendamento Stadi, art. 55 bis riferito all’art. 62 del D.L. 24 aprile n. 50, comma 1 bis e 1 ter, induce ad una profonda riflessione sul domani della nostra architettura storica di valore, su quanto riusciremo a tramandare e sul futuro del nostro Paese.

Certo, spesso appare evidente come le Soprintendenze siano da anni centralmente gestite quali mere guardiane dei territori e sempre più “valutate” sulla quantificazione dei procedimenti piuttosto che sulla riuscita delle azioni di tutela e sulla capacità di condivisione di obiettivi con Enti e Istituzioni territoriali. Ed è altrettanto innegabile che si debba attuare al più presto un concreto rinnovamento di quegli Istituti, includendoli pienamente nei processi rigenerativi, sociali ed economici, quali supporto ai territori e giuste mediazioni fra la storia e le attuali esigenze degli uomini e della natura, tra la conoscenza e il futuro.

E ciò potrà avvenire solo se il personale sarà, oltre che incrementato, continuamente aggiornato secondo le diversificate capacità tecniche interne; se sarà ripristinata una autonoma capacità di spesa e programmazione in grado di attivare ricerca coordinata con le Università e azioni sinergiche con le entità territoriali, come riuscivano a fare un tempo, inserendo l’attività istituzionale in processi coordinati, con obiettivi comuni.

Per ottenere tali risultati è necessario sgomberare le menti, anche istituzionali e politiche, da usuali preconcetti e abbandonare prassi abitudinarie tese alla rigida separazione dei ruoli. Occorre introdurre premialità connesse a competenze, capacità tecniche e collaborative in questa e in tutte le altre amministrazioni.

Occorre entrare nella logica che il (già opinabile) conflitto di competenze debba essere convertito nel più giusto concorso di competenze.

Ne consegue l’urgenza di un aggiornamento professionale condiviso tra professionisti operanti in tutte le Istituzioni e liberi professionisti, perché l’apprendimento di ogni disciplina si diffonda tra i soggetti che concorrono alla tutela del patrimonio comune e alla progettazione del nostro ambiente futuro.

Sfugge troppo spesso, infatti, che la tutela non è compito riservato alle sole Soprintendenze, ma dovere istituzionale e costituzionale condiviso, rispondente alle leggi della Repubblica, e dovere civico comune.

L’emendamento che cancella la competenza delle Soprintendenze, e quindi della Repubblica, sugli stadi dimostra l’assenza nella classe politica italiana della consapevolezza dei valori che il lavoro artigianale, tecnico e intellettuale degli uomini ha saputo produrre nel Paese.

L’impoverimento, e l’evidente regresso culturale in atto, implicano la scarsa percezione dello stretto rapporto tra creatività, cultura e complessità sociale.

Da ciò deriva la mancata rispondenza dell’azione politica ai reali bisogni odierni e futuri dell’intera comunità. 

Ciò che distingue una società evoluta è il recepimento dei valori che la propria storia trasmette. In essi le generazioni future impostano le proprie radici nutrendosi di conoscenza, al fine di costruire un futuro che dovrà inesorabilmente essere compatibile con le esigenze primarie degli uomini e dei loro habitat.

La retriva vicenda in atto sullo Stadio Artemio Franchi di Firenze, (ancor più pericolosa in quanto potenzialmente capace di trasferire la logica qui proposta su ciascuna tipologia architettonica), sottintende la diffusa possibilità di realizzare ovunque un centro commerciale mediante la trasformazione di uno stadio, anche demolendo e ricostruendo, qualsiasi sia la sua architettura, la sua storia o il contesto urbano che lo accoglie, sulla base di supposizioni di opportunità economica immediata e senza un’analisi urbanistica e architettonica dei peculiari contesti italiani.

La politica è indubbiamente affascinata dai “Motion Building” internazionali, ma non può non osservare la graduale mutazione subita da molti centri commerciali, trasformati da luoghi di acquisto in luoghi ospitali e in cui le persone decidono di investire la cosa più preziosa che hanno: il loro tempo.

Strutture private hanno così assunto un interesse pubblico e, per evitare di chiudersi in sé stesse e fallire (come sta accadendo in molti casi in Italia), devono porre in primo piano l’integrazione con la città e con la cultura dei luoghi. 

La parola cultura, nella sua accezione più confacente, evoca quindi consapevolezza, innovazione, invenzione, integrazione, identità, storia, studio ed esperienza.

E allora, esaminiamolo il nostro stadio … inutilmente tutelato, il cui valore culturale è ora definito “recessivo” dalla stessa norma.

Lo Stadio Luigi Berta, denominato Stadio Comunale dopo il 1945, ora Artemio Franchi, di Firenze, è stato realizzato nel 1930-32 e progettato da Pier Luigi Nervi, ingegnere che ha saputo magistralmente coniugare la tecnica costruttiva con l’espressione formale plastica, creando architettura. Accanto a Nervi, manifesta il proprio estro sperimentale l’ingegner Gioacchino Luigi Mellucci, la cui competenza nell’uso del calcestruzzo armato aveva prodotto i più importanti edifici del Liberty napoletano.

E’ uno dei primi stadi moderni realizzati in Italia dopo quello di Roma (1911, con successivo intervento nel 1927) e quello di San Siro a Milano (1926, su progetto di Paolo Vietti-Violi).  

Nervi vi esprime, in modo personalissimo, l’evoluzione dell’uso del cemento armato in forme curve e razionali. Formatosi in un’epoca in cui l’organismo architettonico basava rigorosamente la sua modernità sull’ortogonalità degli assi cartesiani, egli afferma la propria indipendenza progettuale con attenzione alla meccanica gotica e altrettanto rigore, ma rendendo docili e plasmabili i nuovi materiali.

Il suo stadio in cemento armato ha 35.000 posti a sedere, di cui 6.000 nella tribuna coperta. La pensilina di copertura ha uno sbalzo di 22 metri sviluppato per 100 metri di lunghezza. In fregio alla tribuna, realizza un rettifilo di 200 metri, così che la curva delle tribune ha un raggio inferiore a quella sul lato opposto. Riesce ad eliminare costosi ancoraggi fondali facendo passare la risultante dei carichi entro la sezione maggiore della mensola e facendola cadere fra i due pilastri che costituiscono il telaio portante. Mette in opera le mensole di sostegno della pensilina con un interasse di m. 4,76 e le collega, nel punto di maggior sezione, con una trave longitudinale di irrigidimento.

Risolve l’accesso alle tribune realizzando scale elicoidali formate da soletta di cemento armato larga 3 metri, a sbalzo, su trave a elica rinforzata da altra trave elicoidale avvolta in senso contrario, al fine di contrastare e ridurre i forti momenti torcenti. Tribune e scale sono calcolate per un sovraccarico di 500 Kg/mq. Sullo stadio si eleva di 55 metri la torre di Maratona, caratterizzata dal grande infisso in acciaio e cristalli curvi.

Un esempio di impeccabile interpretazione degli insegnamenti di August Perret, Anatole De Baudot e Adolf Loos che auspicavano il superamento della lunga crisi ottocentesca mediante l’uso di strutture a telaio elastico, senza forzarle in forme stilistiche ma interpretandone la vocazione e il potenziale espressivo.

Nervi ha avuto il merito di mediare quegli insegnamenti con la conoscenza delle forme curve predilette da Max Berg, Robert Maillart, Eugène Freyssinet, e di accorgersi, tra i primi, che la meccanica gotica avrebbe potuto ispirare nuove modalità progettuali.

Il suo personale possesso del meccanismo costruttivo, con puntuale determinazione plastica delle linee di resistenza, lo porteranno a realizzare i tipici solai con nervature isostatiche e linee architettoniche che accompagnano sapientemente le tensioni statiche delle strutture, in modo sempre essenziale e privo di ridondanza materica. Pur trovandosi nelle condizioni di dover rispondere a nuove richieste funzionali per l’uso di grandi spazi, Nervi non adotta mai forme banali e sbrigative, efficienti e di minore prestigio; ben lo dimostrano le scale elicoidali dello stadio di Firenze in cui è evidente l’attenzione verso una ricerca squisitamente figurativa che esclude usuali appoggi su mensole o pilastri.

Quest’opera è una magistrale lezione di architettura e ingegneria; magica dimostrazione di perfetta fusione delle due discipline.

Auspichiamo che l’attenzione per la cultura architettonica non sia sottovalutata da coloro che gestiranno il futuro dello Stadio, sui quali comunque ricade la responsabilità della tutela del patrimonio pubblico, delle scelte e degli indirizzi da adottare per preservarlo e valorizzarlo e che, ora, senza più l’alibi dell’“imposizione alla tutela”, saranno anche liberi di impostare il futuro sulla distruzione della cultura.”

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Lo Stadio Artemio Franchi di Firenze


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